Alain Touraine


LA CULTURA È BELLA PERCHÉ È VARIA
COME DIFENDERSI DALLA GLOBALIZZAZIONE

30.11 2010
Anticipiamo parte di un testo di Alain Touraine che compare integralmente nel nuovo numero di "Reset"
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Il principale nemico del multiculturalismo oggi non è più la monarchia assoluta che si identifica con una religione, con una nazione o con una lingua. È piuttosto la società di massa globalizzata che trasforma nazioni e culture in meri mercati, votandole al consumismo, alle comunicazioni di massa e ai mass media. La società di massa è prima di tutto una società senza attori, senza principi morali e senza basi istituzionali. La diversità culturale oggi non può sussistere se non coniuga la difesa di specifiche minoranze locali e culturali con azioni positive che si oppongano allo schema dominante del contesto sociale e culturale.
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La varietà della culture rischia altrimenti di trasformarsi in un insieme di gruppi comunitari chiusi, intolleranti e ossessionati dalla propria purezza e omogeneità. Il solo modo per scongiurare questo genere di evoluzione negativa consiste non nell' isolare e proteggere ogni peculiarità linguistica o cultura religiosa, ma nell' attaccare la società di massa che annulla la soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni. Tutte le culture dovrebbero condividere gli stessi interessi: dovrebbero puntare a non farsi distruggere dal mercato culturale globale o dallo Stato autoritario e teocratico. Ogni cultura ha l' obbligo di difendere il diritto che ciascuno ha di creare, utilizzare e trasmettere una cultura che si definisca in primo luogo per la difesa di contenuti universali, della ragione e dei diritti umani. Solo presupposti così universalistici possono difendere in maniera efficace la varietà culturale.
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Non è una questione di fascino della diversità, anche se quest' argomentazione, apparentemente strana, è più seria di quanto sembri. La controffensiva però non può basarsi esclusivamente sull' aspetto positivo del pluralismo culturale. Per essere abbastanza forti da resistere alla società e alla cultura di massa e al sistema dell' economia globalizzata, dobbiamo dare priorità alle culture che si autodefiniscono in termini universalistici. È il caso delle religioni principali, dell' ecologia politica, di tutte le forme di femminismo e di tutte le azioni volte alla difesa delle minoranze, che siano nazionali, sessuali, linguistiche o religiose. Alcuni, tra cui i postmodernisti, potrebbero obiettare di difendere il multiculturalismo per motivi molto più semplici e non così radicali.
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A detta loro le società moderne non sono più caratterizzate da un principio generale di unità. Non esiste nessun agente centrale che controlli l' istruzione, il tempo libero, la conoscenza della letteratura nazionale e delle opere d' arte. Il multiculturalismo - affermano non è né buono né cattivo, ma piuttosto naturale, perché la capacità dello Stato di reprimere le minoranze si indebolisce sempre più. I gruppi dominanti si preoccupano dei processi economici che diventano ogni giorno più globali e inquietanti, ma non si sentono spaventati dal declino di una lingua nazionale o dal fatto che le attività di ricerca scientifica di punta siano concentrate in pochi laboratori localizzati per la maggior parte in America e per il resto in altre cinque o sei nazioni, anche se tale situazione potrebbe cambiare rapidamente. A tale punto di vista non vanno attribuiti giudizi di valore. Non è né buono né cattivo, la sola argomentazione utile a suo sfavore è che è oggettivamente falso.
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La consapevolezza di un' identità naturale è forte negli Stati Uniti come in diversi nuovi Stati emergenti, specialmente in quelli di maggiori dimensioni. Pochi cinesi credono che entro la fine di questo secolo si trasformeranno in asio-americani. Dal canto suo l' India, più di ogni altra nazione, ha sempre avuto interesse a coniugare tradizione e innovazione. E la stessa tendenza, anche se a un livello inferiore di intensità, può essere osservata nella maggior parte dei
paesi del mondo.
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La sola eccezione importante è rappresentata dall' Europa occidentale, in cui una stragrande maggioranza dell' opinione pubblica è convinta che l' identità nazionale e il ruolo universalistico della propria nazione appartenga al passato. In poche regioni del pianeta i cittadini sono meno interessati che in Europa occidentale al futuro del proprio paese e del proprio Stato. Solo gli europei stanno rinunciando al gusto per le differenze e le specificità perché le generazioni più giovani già ignorano la propria storia nazionale originaria. L' orientamento culturale che si sta diffondendo più rapidamente in Europa occidentale è la xenofobia, il rifiuto degli stranieri e in particolare degli immigrati.
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La xenofobia è altrettanto forte in Nord Europa che nell' Europa meridionale, malgrado di primo acchito possa apparire più forte al nord. L' idea di un multiculturalismo lievemente tollerante, libero dalle forme di controllo del vecchio Stato centralizzato, che era ossessionato dall' identità culturale della propria nazione, non è altro che un sogno. Il multiculturalismo viene più spesso percepito in termini negativi che non positivi. Per conferirgli un' accezione positiva bisogna prima di tutto sottolineare la capacità dei gruppi umani dotati di valori culturali e norme sociali di resistere alla globalizzazione della cultura di massa e all' attrattiva culturale e materiale delle maggiori superpotenze economiche. La difesa del pluralismo culturale non può limitarsi alla tutela di una storia culturale che in realtà è già assente nella memoria dei giovani.
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Essa può essere supportata in maniera efficace solo attraverso un attacco diretto all' economia globalizzata e alla cultura di massa che annulla la cultura come reinterpretazione del passato, elemento chiave per la costruzione di un futuro originale. La forte difesa della cultura nazionale o regionale è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore. (Traduzione di Chiara Rizzo
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Darcy Ribeiro

ESPANTO

A ditadura militar, nos seus vinte anos de despotismo, tudo degradou. O que era bom estragou. O que já era ruim piorou. Na economia , de milagre em milagre, empobreceu impiedosamente o povo já miserável, e enriqueceu nababescamente os capitalistas parasitários da especulação e seus associados das empresas estrangeiras.

No plano político, a ditadura desmoralizou tanto os partidos como seus próceres, a maioria deles já imprestável. Acabou até mesmo com os partidos que a apoiavam para criar novos partidos, ainda mais submissos. Todo político com mínimo de dentes para morder e postura eficazmente combativa foi cassado. Só ficaram no cenário os desdentados, tanto no partido oficial, governista, como na oposição consentida, lambendo o poder com as gengivas.

No plano cultural, a ação da ditadura foi um descalabro. Os brasileiros mais lúcido foram exilados ou ficando aqui, se viram confinados e impedidos de execer qualquer influência. Deixaram assim de multiplicar-se em novas gerações de pensadores, de cientistas e artistas criativos, competentes e fiéis a seu povo.

As antigas universidades federais se viram degradadas, entregues aos piores quadros de seu corpo docente, cujo reacionarismo excedeu mesmo o dos protagonistas militares da ditadura, como ocorreu na Universidade de São Paulo. A Universidade de Brasília, esperança maior da intelectualidade brasileira, foi avassalada. Quase todos os professores altamente competentes que levei para lá se viram compelidos a demitir-se e a sair em diáspora para não se ver condenados  à convivência com a opressão e o opróbrio. A prata da casa chamada para substituí-los fez a universidade descer a níveis de macega goiana.

Simultaneamente a esse assalto às universidades públicas, foram abertas as porteiras para quem quisesse fazer do ensino superior uma traficância, montando sua escola. Criou-se desse modo um proletariado magisterial e estudantil e um ensino superior de descalabro, do que  o melhor que se pode dizer é que, na quase totalidade dos casos,os professores fazem de conta que ensinan e os alunos fazem de conta que aprendem. Essa triste simulação de vida acadêmica, que envolve a imensa maioria do alunato e professorado brasileiro, é extremamente perigosa dentro de um mundo em que a linguagem da civilização é a ciência cujo domínio é indispensável para que um povo exista para si mesmo e realize suas potencialidades.

A imprensa se concentrou em poucos jornais figadalmente fiéis à ditadura e ao patronato, em que o espírito de imprensa arrasou com o sentido de missão do jornalismo clássico. O rádio e a televisão expandiram-se prodigiosamente, fazendo da totalidade do povo brasileiroo seu imenso público não para servi-lo,interpretando seus interesses e expressando seu espírito, mas para explorá-lo  como mercado.

Nessas circustâncias, os novos instrumentos de comunicação de massa, tecnicamente de uma modernidade e eficácia admiráveis, se converteram em instrumentos de alienação cultural, nos quais só se considera bom o que é bom para vender mercadorias, sem o menor resquício de dignidade moral ou de responsabilidade social.

A situação chega ser tão escandalosa que eu  disse uma vez que o senhor Roberto Marinho é conivente com cada crime de estupro, dos que ocorrem no Brasil em número crescente, tal é a incitação ao erotismo de sua cadeia de televisão. Mais grave ainda, sobretudo para a juventude, é sua irresponsável incitação à violência e à criminalidade.

Pior que tudo é a irresponsabilidade ética a política de seu propritário, que declara com toda a defaçatez que acha legítimo tratar a concessão pública de canais de televisão não só como um negócio lucrativo, mas como um instrumento político de conformação da opinião pública. Assim foi, assim é. Ontem, para dar todo o apoio à ditadura, sem questioná-la jamais. Hoje, para apoiar as candidaturas de sua preferência, exatamente aquelas que mais se afastam de qualquer sentido e responsabilidade social frente à população e de qualquer sentimento de nacionalidade.

in Confissões – Cia. das Letras,1997
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Darcy Ribeiro (l922-l997), antropólogo, político e romancista, foi ministro da Educação (l96l), fundador e reitor da UnB, chefe da Casa Civil da Presidência da República, quando foi exilado pelo golpe militar de l964. Ligado ao PDT, foi vice-governador do Rio de Janeiro (l983-87), eleito senador em l990 e para a ABL em l992.

Walter Benjamin

El filósofo en una fotografía personal
Fernando Castro Flórez, Madrid
10.12.2010

Walter Benjamin es uno de los filósofos más influyentes de la contemporaneidad. El Círculo de BB. AA. y la Fundación Luis Seoane materializan su pensamiento en una cita imprescindible

La sugerencia benjaminiana de que es más difícil aprender a perderse en una ciudad que encontrar la forma de llegar a un destino fijado se ha materializado con frecuencia en la tendencia a citar al autor de La obra de arte en la época de su reproductibilidad técnica para cualquier cosa sin necesidad de haber realizado el mínimo proceso de lectura. Daba la impresión de que el «triunfo» tardío de Benjamin era la típica institucionalización que apenas camufla el olvido craso. A pesar de la museofilia (la pulsión cultural momificadora), la dispersión o fragmentariedad de su pensamiento ofrecía indudable resistencia. Aunque algunos pretendan reducir a este crítico de brillantez extraordinaria a un conjunto mínimo de «consignas», sus textos (disponibles en la magnífica edición de las obras completas que está publicando la editorial Abada), tienen una cualidad laberíntica, plagados de sugerencias, y así nos ofrecen múltiples recorridos.
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La exposición que organiza el Círculo de Bellas Artes ofrece tres materiales extraordinarios: los programas radiofónicos de Benjamin, un atlas en cd-rom de conceptos y una película que supone una completa materialización del proyecto «pensar en imágenes». Además se ha editado el volumen “Archivos de Walter Benjamin”, donde, entre otras cosas, se recogen postales, esquemas de trabajo o cuadernos de viaje del pensador.
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Cuando la técnica destruyó el aura
Lejos de la habitual necrofilia o taxidermia que convierte la exposición de un escritor en un conjunto de vitrinas donde se «santifica» una escritura transformada en algo ilegible, Cesar Rendueles y Ana Useros –comisarios de la muestra benjaminiana– junto a Juan Barja, h.an realizado un trabajo titánico sencillamente extraordinario.
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Principalmente porque han comprendido que era posible y deseable otra forma de exhibir un pensamiento poliédrico, tomando en serio la idea de Benjamin de que la técnica destruiría radicalmente el aura (la d.imensión cultual del arte) para situar lo político como fundamento.

Si en Dirección única indicaba que el libro es «una anticuada mediación entre dos sistemas de ficheros», ahora, en el despliegue planetario de la cibernética, las constelaciones que Benjamin trazó siguen teniendo eficacia para pensar lo que nos pasa. Su genealogía de la modernidad –que le llevó del drama barroco, a revisar el concepto de crítica del romanticismo, y especialmente a reconstruir París desde la flanerie baudeleriana, o a la organización del pesimismo propia de los surrealistas– nos desafía a encontrar las claves del presente teñido de impotencia crítica y banalidad estetizada. .
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La cita recoge los programas de radio del filósofo,
un atlas en cd-rom de conceptos y una película .
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La comprensión benjaminiana del cine como una reflexión especular sobre nuestra identidad móvil habla de nuestra ansiedad, del extravío que constituye nuestro destino. Hay una liberación de un mundo sin esperanza, pero entregado a lo que supera la evanescencia de las vida anónimas, enmudecidas en su esterilidad. «Parecía que nuestros bares, nuestras oficinas, nuestras viviendas amuebladas, nuestras estaciones y fábricas nos aprisionan sin esperanza. Entonces vino el cine, y, con la dinamita de sus décimas de segundo, hizo saltar ese mundo carcelario. Y ahora emprendemos entre sus dispersos escombros viajes de aventuras».
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Una atmósfera romántica rodea esta visión del espectador entregado a los ensueños como un aventurero; um agente del descontento que recorre un mundo plagado de símbolos que se hacen transparentes para él. Es la mirada del ángel que hace crecer las ruinas hasta el cielo: perplejo por una catástrofe que sospecha irreparable. La forma de la integración de esos mecanismos que nos acercan al inconsciente óptico es la de una compleja distracción que intensifica los reconocimientos sucesivos, a la vez que sitúa al que contempla como un excluido del paraíso, un marginado que es, por vez primera, partícipe de lo artístico en un sentido anteriormente desconocido.
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Un progreso en ruinas
La película “Walter Benjamin. Constelaciones”, que podemos ver en la Sala Minerva del Círculo, se estructura en una serie de capítulos («Iluminación profana», «Ciudad», «Pasajes», «Reproductibilidad técnica», «El autor como productor» y «Tesis sobre filosofía de la Historia»), con un montaje de infinidad de fragmentos de películas, desde Le Tempestaire, de Jean Epstein, a Octubre, de Eisenstein ; de El hombre de la cámara, de Dziga Vertov, a Entreacto, de René Clair; de Amanecer, de Murnau, a Noticiario de cine-club, de Ernesto Giménez Caballero, sin renunciar a la apoteosis nazi de El triunfo de la voluntad, dirigida por Leni Riefensthal . .
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No faltan las fotografías de Atget, el Atlas de Warburg o Aire de París, de Duchamp. Hacia el final de esta lúcida reflexión (en la estela del ABC de la Guerra, de Brecht, y cercana a las Histories du cinema, de Godard) aparece el cuadro de Klee Angelus Novus. Los comisarios han comprendido que era posible otra forma de exhibir un pensamiento poliédrico .
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Sabemos que esa tempestad que llamamos progreso no ha dejado de acumular ruinas, y que tenemos, como advirtiera Didi-Huberman, imágenes pese a todo, ya sean aquellas fotos tomadas por un fotógrafo anónimo desde una cámara de gas de Auschwitz o individuos, atrapados por la cámara de Richard Drew, «volando» en Manhattan. La crisis de las formas de representación se muestra, según indica Benjamin en su ensayo “El narrador”, como un proceso de secularización en el que se eclipsa el aspecto épico de la verdad. .
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Frente a la narración que viene de lejos, la información se sirve de lo más próximo; sabe que ya no hay historias memorables. Como señaló Lukács, la novela es la forma trascendental de lo apátrida. Los contemporáneos ni siquiera tienen la esperanza de calentar su vida helada al fuego de una muerte que se ofrece a la levedad de la lectura. Los acontecimientos que nos mantienen entretenidos son una metamorfosis de la pirotecnia. Ojalá las constelaciones benjaminianas consiguieran despertar a la sociedad narcolépsica, esa multitud que aceptó, sin ansiedad, la neurastenia porque estaba ya políticamente disuadida. Aprender a perderse en el Atlas de Benjamin supone trazar una línea de resistencia.
www.abc.es/

Darcy Ribeiro

UnB inaugura memorial para Darcy Ribeiro

Apelidado de beijódromo, espaço terá cineclube, anfiteatro e biblioteca. Todo o acervo da fundação do antropólogo ficará lá

Priscilla Borges, iG Brasília

06.12.2010
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Um memorial ao seu idealizador, Darcy Ribeiro, será inaugurado nesta segunda-feira na Universidade de Brasília (UnB). Apelidado pelo próprio antropólogo que criou a instituição, em 1962, de beijódromo, o espaço contará com salas de aulas, biblioteca, salas de exposições, auditório com 200 lugares, cineclube. O acervo Darcy e Berta Ribeiro, com 30 mil volumes, ficará à disposição de alunos, professores e interessados.
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Ainda na década de 90, Darcy decidiu que as imagens que registrou, as anotações guardadas durante anos de pesquisa, o material reunido, os filmes, as gravações em trabalhos de campo e os livros tão queridos por ele deveriam ficar na universidade que fundou. Pediu ao arquiteto João Filgueiras Lima, o Lelé, que desenhasse o ambiente em que ele imaginava colocar seu material à disposição das pessoas.
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“Para ele, o espaço de acolhimento de sua obra deveria ser um lugar de vivência, porque ele via o conhecimento com uma relação de afeto”, destaca o reitor da UnB, José Geraldo de Sousa Junior. Em cartas trocadas com o arquiteto parceiro de Oscar Niemeyer, Darcy afirma que seu memorial “será um disco voador enorme, pousado no pedaço mais bonito do campus da UnB.”
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A construção levou seis meses para ficar pronta. Apesar do acordo estabelecido com a UnB desde 96 para a construção do espaço, só agora o projeto saiu do papel. Segundo o reitor, a obra que recupera a “utopia simbólica” da universidade só recebeu financiamento agora. O Ministério da Cultura e a Fundação Darcy Ribeiro investiram R$ 8 milhões nas obras.
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O beijódromo ficará situado entre o prédio principal da UnB, o Instituto Central de Ciências (mais conhecido como Minhocão), e a Reitoria. Por enquanto, não será aberto para uso da comunidade acadêmica e brasiliense. Depois da inauguração oficial é que um comitê gestor do espaço vai definir os critérios para utilização dos espaços públicos e as regras de acesso ao acervo de Darcy. 

Darcy Ribeiro

Textos
OS POVOS-NOVOS E OS POVOS EMERGENTES
Os povos-novos, dentre os quais se inclui o Brasil, originaram-se da conjunção de matrizes étnicas diferenciadas como o colonizador ibérico, indígenas de nível tribal e escravos africanos, imposta por empreendimentos coloniais-escravistas, seguida da deculturação destas matrizes, do caldeamento racial de seus contingentes e de sua aculturação no corpo de novas etnias. Sua característica distintiva é a de species-novae no plano étnico, já não indígena, nem africana, nem européia, mas inteiramente distinta de todas elas. Ao contrário dos Povos-Transplantados que conservam o perfil europeu e dos Povos-Testemunho das Américas que conduzem dentro de si as duas tradições originais sem conseguir fundi-las, os Povos-Novos concluíram sua auto-edificação étnica, no sentido de que não estão presos a qualquer tradição do passado. São povos em disponibilidade, uma vez que, tendo sido desatrelados de suas matrizes, estão abertos ao novo, como gente que só tem futuro com o futuro do homem.
Mais ainda que os povos das outras configurações, os Povos-Novos são o produto da expansão colonial européia que juntou, por atos de vontade, as matrizes que os formaram, embora só pretendesse criar empresas produtoras de artigos exportáveis para seus mercados e geradoras de lucros empresariais. Esta intencionalidade de seu processo formativo distingue também os Povos-Novos como sociedades, em certa medida, instituídas; que surgiram como "certidões de nascimento", como a carta de Pero Vaz Caminha e suas equivalentes, que eram também títulos de posse da nova terra; que tiveram suas primeiras cidades fundadas por ordens expressas e continuam criando-as artificialmente; que foram sempre reguladas em sua vida econômica, social, política, religiosa e espiritual pela vontade estatal, representada por burocracias coloniais e continuam regidas por patriciados civis e militares, confiantes em que, pela outorga de leis e decretos paternalísticos, possam resolver todos os problemas dentro da velha ordem institucional.
Os primeiros instrumentos de implantação dos Povos-Novos foram as feitorias de escambo que trocavam com os índios bugigangas por produtos da terra. As instituições reguladoras fundamentais surgiram depois com a fazenda e a escravidão. A primeira forneceu o modelo organizacional de empresa que permitiu viabilizar economicamente a colonização, atrelando os mundos do além-mar aos mercados europeus. A segunda forneceu o mecanismo de conscrição da força de trabalho que permitiria reunir e desgastar milhões de homens, convertidos, também aqui, no principal combustível das empresas produtoras de ouro e prata, de açúcar, de algodão, de café, de cacau e de muitos outros gêneros tropicais.
As fazendas e as minas escravocratas, pondo em presença os europeus, como senhores, e os africanos e índios, como escravos, criaram condições para o advento maciço de mestiços gerados por europeus e índias, e de mulatos, gerados por europeus e negras, fazendo surgir, simultaneamente, um estrato sócio-racial intermédio, igualmente distanciado das matrizes originais. Este operaria como um novo agente de caldeamento racial e de entrecruzamento cultural para produzir novos mestiços e a todos incorporar na etnia nascente.
Os Povos-Novos se configuraram segundo padrões distintos, conforme fossem ou não estruturados como economias de plantação e, em conseqüência, contassem ou não com contingentes negros, e conforme se originassem ou não a partir de protocélulas étnicas, plasmadas antes da expansão do sistema de fazendas.
No caso do Brasil, da Colômbia, da Venezuela e de algumas das Antilhas, o negro não só esteve presente mas foi chamado a integrar-se em comunidades preexistentes já capazes de preencher requisitos mínimos de sociabilidade antes de sua chegada. O negro saía, assim, do desenraizamento de sua própria tradição - através da deculturação - para aculturar-se num corpo de compreensões co-participadas, de técnicas bem definidas de provimento da subsistência, de crenças e de valores de uma etnia embrionária. Ali onde, ao contrário, faltaram essas protocélulas étnicas, o escravo se encontrou só diante do capataz e do senhor. Não podendo entender-se com seus companheiros, tomados de outras tribos, teve de apelar ao mais fundo de sua humanidade para conservar-se humano, na condição de besta de trabalho a que fora reduzido. Nestas circunstâncias, ao ser deculturado, só aprendia a falar boçalmente a língua do amo e a produzir, segundo técnicas inteiramente novas para ele, exibindo, por isso, uma infantilidade que parecia corresponder ao seu primitivismo, mas que só exprimia as terríveis condições em que vivia, como carvão humano das lavouras e das minas. Este foi o caso do Sul dos Estados Unidos, das Antilhas inglesas, holandesas e francesas.
Ali onde a grande lavoura não se implantou - como no caso do Chile e do Paraguai - não se contou, por isto mesmo, com o negro e a influência indígena pôde prevalecer por mais tempo. O europeu teve então de indianizar-se mais ainda e as populações neo-americanas resultantes do cruzamento se constituíram predominantemente de mestiços índio-europeus falando freqüentemente - como os paraguaios - as línguas aborígenes e conservando muitos dos costumes originais, embora atuassem como os principais agentes da erradicação do gentio tribal.
Na formação racial e na configuração cultural destas variantes dos Povos-Novos, cada contingente contribuiu em proporções distintas. O indígena contribuiu, principalmente, na qualidade de matriz genética e de agente cultural, principalmente, na qualidade de matriz genética e de agente cultural que transmitia sua experiência milenar de adaptação ecológica às terras recém-conquistadas. O negro, também como matriz genética, mas principalmente na qualidade de força de trabalho geradora da maior parte dos bens produzidos e da riqueza que se acumulou e se exportou e, ainda, como agente da europeização, que assegurou às áreas onde predominava uma completa hegemonia lingüística e cultural européia. O branco teve o papel de promotor da façanha colonizadora, de reprodutor capaz de multiplicar-se prodigiosamente; de implantador das instituições ordenadoras da vida social; e, sobretudo, de agente da expansão cultural que criou nas Américas vastíssimas réplicas de suas pátrias de origem, lingüística e culturalmente muito mais homogêneas que elas próprias.
O quarto bloco de povos extra-europeus do mundo moderno é constituído pelos Povos-Emergentes. Integram-no as populações africanas que ascendem em nosso dias da condição tribal à nacional. Na Ásia se encontram também algumas configurações de Povos-Emergentes que cumprem neste momento esse trânsito. Isto se dá principalmente na área socialista, onde uma política de maior respeito às nacionalidades permite e estimula sua gestação.
Essa categoria não comparece na América, apesar do avultado número de populações tribais que ao tempo da conquista contavam com centenas de milhares e até milhão de habitantes. Esse fato, mais que qualquer outro, é demonstrativo da violência do domínio, tanto colonial - prolongado por mais de três séculos - como nacional, a que se viram submetidos os povos tribais americanos. Alguns deles foram rapidamente exterminados; os demais, subjugados e consumidos no trabalho escravo, se extinguiram como etnias e como substratos de novas nacionalidades. Entretanto, seus equivalentes africanos e asiáticos, a despeito das duríssimas formas de compulsão que sobre eles se exerceram e do terrível impacto sofrido, emergem hoje à vida nacional.1
Os Povos-Novos das Américas - e entre eles o Brasil - demonstram, em seu atraso relativo, o que resulta de processos formativos institucionalizados pelo sistema de fazendas e pela escravidão dentro de movimentos de colonização que se exercem sobre populações de nível tribal. Seus desempenhos evolutivos, tanto no curso da civilização agrário-mercantil como na urbano-industrial, foram e são medíocres e contraditórios. Criaram, ontem como hoje, empresas prodigiosamente prósperas mas de prosperidade não generalizável à população, nem capazes de permitir um crescimento econômico acelerado porque transferem ao exterior a maior parte dos frutos do trabalho nacional. Como tal, geraram uma estratificação social encabeçada por uma classe dominante consular porque dependente de interesses exógenos, e retrógrada porque oposta a qualquer transformação profunda na estrutura sócio-econômica. E classes oprimidas, ontem afundadas na penúria como escravos e hoje marginalizadas da força de trabalho regular. Entre estas classes prevalece uma oposição tão profunda quanto a seus interesses fundamentais, que se torna inviável qualquer institucionalidade democrática. Nestas condições, nem chega a constituir-se um povo como categoria política correspondente à totalidade da população e capaz de influir em seu próprio destino, e toda ordenação sócio-política é despótica ou virtualmente insurgente.
1. Na segunda metade do século passado se levantou na América o único grupo indígena aparentemente capaz, por sua importância numérica e por seus ethos, de afirmar-se como Povo-Emergente; as tribos araucanas e as araucanizadas dos pampas e dos vales andinos. Acossados por argentinos e chilenos, esses índios foram finalmente dizimados; seus sobreviventes, os Mapuche chilenos, confinados em reservas, sofreram uma decadência muito acentuada, da qual ascenderão, provavelmente, como um modo variante de ser chileno.
(Os brasileiros. Livro I - Teoria do Brasil, 1972.)
www.academia.org.br/

Darcy Ribeiro

Obras

Com obras traduzidas para diversos idiomas (inglês, o alemão, o espanhol, o francês, o italiano, o hebraico, o húngaro e o checo), Darcy Ribeiro figura entre os mais notórios intelectuais brasileiros. Divididas tematicamente, foram elas:

Etnologia
Culturas e línguas indígenas do Brasil – 1957
Arte plumária dos índios Kaapo – 1957
A política indigenista brasileira – 1962
Os índios e a civilização – 1970
Uira sai, à procura de Deus – 1974
Configurações histórico-culturais dos povos americanos – 1975
Suma etnológica brasileira – 1986 (colaboração; três volumes).
Diários índios – os urubus-kaapor – 1996, Companhia das Letras
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Antropologia
O processo civilizatório – etapas da evolução sócio-cultural – 1968
As Américas e a civilização – processo de formação e causas do desenvolvimento cultural desigual dos povos americanos – 1970
O dilema da América Latina – estruturas do poder e forças insurgentes – 1978
Os brasileiros – teoria do Brasil – 1972
Os índios e a civilização – a integração das populações indígenas no Brasil moderno – 1970
The culture – historical configurations of the American peoples – 1970 (edição brasileira em 1975).
Romances
Maíra – 1976
O mulo – 1981
Utopia selvagem – 1982
Migo – 1988
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Ensaios
Kadiwéu – ensaios etnológicos sobre o saber, o azar e a beleza – 1950
Configurações histórico-culturais dos povos americanos – 1975
Sobre o óbvio - ensaios insólitos – 1979
Aos trancos e barrancos – como o Brasil deu no que deu – 1985
América Latina: a pátria grande – 1986
Testemunho – 1990
A fundação do Brasil – 1500/1700 – 1992 (colaboração)
O Brasil como problema – 1995
Noções de coisas – 1995
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Educação
Plano orientador da Universidade de Brasília – 1962
A universidade necessária – 1969
Propuestas – acerca da la renovación – 1970
Université des Sciences Humaines d'Alger – 1972
La universidad peruana – 1974
UnB – invenção e descaminho – 1978
Nossa escola é uma calamidade – 1984
Universidade do terceiro milênio – plano orientador da Universidade Estadual do Norte Fluminense – 1993
http://semlucro.blogspot.com/

Darcy Ribeiro

Discurso de posse na ABL
Meus nobres pares, aqui estou, cumprindo o velho, sábio, rito acadêmico de incorporar-me à nossa Casa, recordando aqueles que me antecederam na Cadeira nº 11.
Confesso que me dá certo tremor d'alma o pensamento inevitável de que, com uns meses, uns anos mais, algum sucessor meu, também vergando nossa veste talar, aqui estará, hirto, no cumprimento do mesmo rito para me recordar. Vendo projetivamente a fila infindável deles, que se sucederão, me louvando, até o fim do mundo, antecipo aqui meu agradecimento a todos. Muito obrigado.
Estou certo de que alguém, neste resto de século, falará de mim, lendo uma página, página e meia. Os seguintes menos e menos. Só espero que nenhum falte ao sacro dever de enunciar meu nome. Nisto consistirá minha imortalidade.
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Não resisto à tentação de contar um sonho que sonhei há dias sobre minha posse na Academia. No sonho, éramos três os acadêmicos a empossar, eu mesmo, Santiago Dantas e Victor Nunes Leal. Não sei por que precisamente eles. Seriam, sem dúvida, boa companhia.
Juntos, vestindo túnicas gregas de colorido tailandês, admirávamos, guiados por Santiago, a beleza do edifício catedrático da Academia, encimado por estátuas de Aleijadinho. Lá estavam, eu vi, um Isaías de barbas encaracoladas, que iam até os joelhos, e um esplêndido Daniel andrógino.
Erramos de corredor e fomos dar num salão em que se comemorava o centenário dos Correios e Anísio Teixeira - que nessa altura entra no sonho - teve que discursar sobre o prodígio de levar uma carta a qualquer lugar do mundo.
Saindo dali, entramos, por fim, no edifício de minha Academia onírica, através de um extenso corredor, que ligava umas grandes portas, todas trancadas. Fomos dar, então, num pátio empedrado, onde uma precaríssima escada de madeira dava acesso ao salão nobre. Santiago e Victor passaram. Eu fiquei entalado num sino enorme de bronze, ao qual não poderia me agarrar, porque era liso e escorregadio demais. Acordei apavorado de medo daquele sinão badalar.
Que significa isto? Sei lá... Sei apenas que reflete meu enorme apreço por nossa Academia.
* * *
Meditei nesses meses de espera da glória acadêmica, buscando o que dizer aqui, agora.
Queria alguma coisa definitória que me unisse à comunidade em que hoje me integro, dos acadêmicos presentes, dos acadêmicos de ontem, dos acadêmicos de amanhã.
Só achei de assinalável o fato notório de que somos todos intelectuais brasileiros. Vale dizer, expressões mais ou menos lúcidas do saber culto de nosso povo. Parcela da inteligência, fiel e genuína, de que o Brasil dispõe para entender como viemos a ser o que somos e, sobretudo, para iluminar nossos caminhos futuros. Este componente de lucidez é, provavelmente, o que mais nos falta para deixarmos de ser o resultado residual da história, para sermos fruto e produto do nosso próprio projeto de Nação e de Civilização.
O Brasil surge e se edifica a si mesmo, não em razão dos desígnios dos seus colonizadores. Eles só nos queriam como feitoria lucrativa. Contrariando suas expectativas, nos erguemos, imprudentes, inesperadamente, como um novo povo, distinto de quantos haja, deles inclusive, na busca de nosso ser e de nosso destino.
Somos um rebento mutante, ultramarino, da Civilização Ocidental Européia, na sua versão ibero-americana. Produto da expansão européia sobre as Américas, que, destruindo milhares de povos, modelou com o que restou deles uns poucos novos povos, uniformemente refeitos. Todos configurados como extensões da metrópole que regeu a colonização, impondo sua língua e suas singularidades.
Com efeito, uns quantos soldados latinos e suas cinqüenta gerações de filhos, transfigurando-se, sucessivamente, ao longo de mil e quinhentos anos, debaixo de toda sorte de opressões e padecimentos, plasmaram a fôrma lusitana. Saltando o mar-oceano, há quinhentos anos, aquela Lusitânia prístina veio ter aqui, para cumprir, em nós, seu destino mais alto: fazer Brasil.
A Europa não conseguiu fazer o mesmo no Oriente, cujas populações, muito mais densas, absorveram o assalto, conservando sua própria cara. Também não na África, que constituiu, por séculos, mera reserva de mão-de-obra de que os europeus tiraram mais de cem milhões de escravos, enquanto o músculo humano foi a fonte energética principal do sistema produtivo. Quando o trabalho manual obsolesceu, a África tinha mantido sua tribalidade, desde a qual se esforça, hoje, para compor suas próprias imagens étnicas.
Nas Américas não houve nunca possibilidade nenhuma de que os povos avassalados mantivessem sua identidade. Primeiro, os índios que aqui estavam; depois, os negros para cá trazidos, e também os brancos e até os orientais, foram todos radicalmente transfigurados. Isso se operou com tamanha brutalidade, que desfez, étnica e culturalmente, quantos foram engajados no processo, para de todos fazer neo-europeus genéricos, mais homogêneos que qualquer dos povos propriamente europeus. Tanto é assim que os países europeus guardam mais idiomas e variantes dialetais nas falas de seus povos que nós americanos.
Somos, pois, inelutavelmente, uma criatura mais da civilização ocidental, condenada a expressar-se dentro dos seus quadros culturais. Uma romanidade tardia, tropical e mestiça. Uma nova Roma, melhor, porque racialmente lavada em sangue índio, em sangue negro. Culturalmente plasmada pela fusão do saber e das emoções de nossas três matrizes; iluminada pela experiência milenar dos índios para a vida no trópico, espiritualizada pelo senso musical e pela religiosidade do negro. Deste caldeamento carnal e espiritual, surgimos nós, os brasileiros.
Somos, apesar de toda essa romanidade, m povo novo, vale dizer um gênero singular de gente marcada por nossas matrizes, mas diferente de todas, sem caminho de retorno a qualquer delas. Esta singularidade nos condena a nos inventarmos a nós mesmos, uma vez que já não somos indígenas, nem transplantes ultramarinos de Portugal ou da África.
Somos os portadores da destinação que, forçados pela história, nossos pais se deram, a seu gosto ou a seu pesar, de plasmar este novo gênero humano, o brasileiro; com vocação mais humana, porque feito de mais humanidades e porque engendrado de forma mais sofrida. Um povo em que ninguém está enfastiado, nem tedioso; o que todos aspiram é fartura e alegria.
Somos os herdeiros de uma imensa, imensamente bela, imensamente rica, província da Terra que, lamentavelmente, mais temos malgastado que fecundado. Tamanho foi o desgaste que, hoje, tarefa maior é salvar toda a beleza prodigiosa da natureza que conseguiu sobreviver à nossa ação predatória. É fixar as diretrizes para uma convivência melhor com as terras, as matas, os campos, as águas e toda a diversidade quase infinita de formas de vida que nelas ainda vicejam.
Maior ainda foi o desgaste humano. O Brasil tem sido, ao longo dos séculos, um terrível moinho de gastar gentes, ainda que também um prodigioso criatório. Nele se gastaram milhões de índios, milhões de africanos e milhões de europeus. Nascemos de seu desfazimento, refazimento e multiplicação pela mestiçagem. Foi desindianizando o índio, desafricanizando o negro, deseuropeizando o europeu e fundindo suas heranças culturais que nos fizemos.
Somos, em conseqüência, um povo síntese, mestiço na carne e na alma, orgulhoso de si mesmo, porque entre nós a mestiçagem jamais foi crime ou pecado. Um povo sem peias que nos atem a qualquer servidão, desafiado a florescer, finalmente, como uma civilização nova, autônoma e melhor.
Falo de civilização autônoma, sem nenhuma pretensão de poderio autárquico. Bem sei que este é um mundo só, de nações interdependentes. Mas sei, também, que as há autônomas, como também as há dependentes. Nós, brasileiros, bem podemos optar pela autonomia e pela singularidade, em razão de nossa dimensão continental e da condição de maior das províncias neolatinas. Mas, também, com base na democracia racial que estamos desafiados a construir como um povo confluente de todas as raças. E com base, sobretudo, na aspiração nacional de criar uma sociedade solidária, inspirada na propensão indígena para o convívio cordial e para a reciprocidade.
O fato incontestável é que nos cabe neste mundo um espaço de existência e de influência, que estamos chamados a assumir, juntamente com alguns outros povos, também dotados para a grandeza e para a felicidade. Faz falta ao mundo um Brasil realizado em suas potencialidades de civilização tropical, mestiça e solidária, que não pede nada a ninguém, mas muito pode dar. Temos tudo para isso.
Somos uma nação etnicamente unificada e coesa, sem qualquer contingente oprimido a disputar autodeterminação. É verdade que uns quantos povos indígenas, para nossa vergonha, ainda estão reclamando a propriedade dos territórios em que viveram desde sempre e o direito de continuarem vivendo dentro de sua própria cultura. Eles são tão poucos, e o que pedem é tão insignificante, que a dignidade nacional não há de negar-lhes. Isso seria fatal, hoje, já não para o nosso destino, mas para a nossa honra.
Nossa matriz africana é a mais abrasileirada delas. Já na primeira geração, o negro, nascido aqui, é um brasileiro. O era antes mesmo do brasileiro existir, reconhecido e assumido como tal. O era, porque só aqui ele saberia viver, falando como sua a língua do amo. Língua que não só difundiu e fixou nas áreas onde mais se concentrou, mas amoldou; fazendo do idioma do Brasil um português falado por bocas negras, o que se constata ouvindo o sotaque de Lisboa e o de Luanda.
É de assinalar que estes nossos patrícios negros enfrentaram, e ainda enfrentam, o drama de sua penosa ascensão de escravo a assalariado e a cidadão, debaixo da dureza do preconceito racial. Menos virulento que o de outras partes, mas, aqui também, discriminatório e perverso. Ainda assim, é do contingente negro, como do índio, que nos vem a singularidade cultural que tenhamos. É, também, do negro nossa criatividade mais assinalável, que se expressa, por exemplo, no Carnaval carioca e no culto a Iemanjá.
Somos, hoje, uma nação de cento e cinqüenta milhões de pessoas, falando a mesma língua, a todos inteligível – sem dialetos e nem mesmo sotaques dissonantes. Imersos, todos, numa mesma cultura, fiéis a seus valores maiores. A partir destas bases é que ingressaremos na nova civilização, fundada no desenvolvimento científico e tecnológico, que teremos de dominar para não perecer.
Quando alcançados, há dois séculos, pela Revolução Industrial, incapazes que fomos de nos incorporar autonomamente a ela por um salto evolutivo, nos deixamos avassalar, como consumidores de seus produtos. Reiteramos, assim, já independentes, o mesmo papel colonial, subalterno, de servidores do mercado mundial. Urge vencer esse desafio que a história novamente nos propõe, para sermos, afinal, a civilização inigualável que podemos ser.
Este repto civilizacional desafia nossos estadistas a formular um projeto nacional de desenvolvimento para nos livrar do que seria uma nova condenação ao atraso. O mesmo repto se coloca, também, a nossos educadores, chamados, por sua vez, a unir seus esforços para superar o precaríssimo sistema educacional que temos, a começar pela escolarização de todas as crianças, a fim de estancar a produção de mais analfabetos.
Estes são alguns dos requisitos indispensáveis para que o Brasil, afinal, dê certo. Muito é o que fizemos até agora em nossa auto-edificação. De fato, fizemos tudo que se requeria para sermos um povo-nação, em si. Muito mais, porém, é o que cumpre fazer para que, afinal, os brasileiros alcancem a condição de povo para si, a fim de que o esforço ingente, de cinco séculos de trabalho e sofrimento, resulte numa sociedade livre, soberana, feliz e próspera.
Isto somos, isto seremos, senhores acadêmicos, um povo laborioso e criativo, animado pela mais vivaz vontade de fartura, de alegria, de beleza e de felicidade. Um povo só, uma nação coesa, um país continental, que se quer digno de seu passado de dores e sacrifícios, mas se volta é para a construção do futuro.
O Brasil é nossa causa. Nossa tarefa. Nossa missão. Não precisamente nossa, de nós mesmos, provectos acadêmicos, mas dos brasileiros todos e, como tal, também nossa. Ouçamos o poeta:
Havemos de amanhecer. O mundo
se tinge com as tintas da antemanhã,
E o sangue que escorre é doce, de tão necessário
Para colorir tuas pálidas faces, aurora.
* * *
Senhoras, Senhores,
Vamos, agora, finalmente, à recapitulação de nossos ancestrais acadêmicos. O patrono desta Cadeira nº 11, de que hoje me aposso - graças ao voto generoso de meus confrades - é o poeta fluminense Luís Nicolau Fagundes Varela. Homem afoito e atônito, marcado pelo destino, gasta-se na exaltação byroniana de nossos jovens poetas mortos. Entrega-se à boemia da ceia bem regada, das serenatas noite adentro, dizendo versos tristes na alegria das festas. Morre aos trinta e quatro anos e deixa, ainda assim, obra assinalável, como um de nossos poetas românticos.
A imagem que se guarda de Varela é a de um intelectual dado a grandes gestos vãos, lírico, sentimental e sofredor. Golpeado pelo destino - órfão de seu filho morto; viúvo da linda artista de circo com quem se casou, estudante ainda, antes dos vinte anos, e que o abandonou – entrega-se à esbórnia e afunda no culto da tristeza.
Seus versos espelham tantos infortúnios. Seu poema maior, aquele que o fará para sempre lembrado, é o “Cântico do Calvário”. Surge, como toda uma novidade. Escrito em versos brancos, liberta nossa poesia da servidão à rima. Arma a poesia vernácula com uma alta, sentida, elegia à memória de seu filho morto com três meses:
Eras na vida a pomba predileta
Que sobre um mar de angústias conduzia
O ramo da esperança. Eras a estrela
Que entre as névoas do inverno cintilava
Apontando o caminho ao pegureiro.
Eras a messe de um dourado estio.
Eras o idílio de um amor sublime.
Eras a glória, a inspiração, a pátria,
O porvir de teu pai! - Ah! no entanto,
Pomba, - varou-te a flecha do destino!
Astro, - enguliu-te o temporal do norte!
Teto, - caíste! - Crença, já não vives!
Quero ler, aqui, um verso mais de Varela, para fazer presente seu romantismo boêmio, bem versejado:
Mais vinho! Oh! Filtro mago.
Só tu podes no mundo
Mudar os giros do destino vago
E fazer do martírio um doce afago
De uma taça no fundo!
Varela também verseja seu gosto pela vida campestre a que se entrega, gozosamente, passeando de fazenda a fazenda para participar da vida rural festiva do antigo Rio de Janeiro. Outros temas de nosso poeta foram sua religiosidade, seu pendor libertário e seu fervor patriótico. Um traço que ressalta precioso para mim é seu interesse pioneiro pelo drama escravo, que seria o principal tema poético da geração que o sucedeu. Principalmente de nosso poeta maior, Castro Alves, que, aliás, confessa ter sido influenciado pelos versos de Varela.
Permitiam-me um verso mais de nosso patrono, em que ele destila a vil tristeza em que viveu:
Tornei-me um eco das tristezas todas
Que entre os homens achei! O lago escuro
Onde ao clarão dos fogos da tormenta
Movem-se as larvas fúnebres do estrago!
Por toda a parte onde arrastei meu manto
Deixei um traço fundo de agonias.
Confesso, aqui, que se a escolha fosse minha, eu teria escolhido Fagundes Varela para patrono de nossa Cadeira nº 11. Como Varela, tive, juvenil, meus pendores suicidas; salvou-me o gosto de viver, tirando da vida o sumo que ela pode dar: doce ou amargo. Como Varela, sou andarilho e gosto do mato. Como Varela, também sou homem de devoções patrióticas e libertárias. A identificação prossegue, tanto é assim que dei, ultimamente, de versejar, eu também, uns toscos versos. Nunca tive, pobre de mim, foi o talento de Varela para a boemia.
* * *
Lúcio Drummond Furtado de Mendonça, fundador da Cadeira nº 11, tinha todas as qualidades de um intelectual academizável. Era poeta e romancista e jornalista e professor, deputado e advogado que chegou a ministro da Suprema Corte. Era, inclusive, orador tonitruante, livre pensador professo e socialista.
Lúcio foi, também, poeta tristíssimo, como era de uso e se comprova nesses versos melancólicos:
À terra morta, num inverno inteiro
Voltam a primavera e as andorinhas
E nunca mais vireis, ó crenças minhas
Nunca mais voltarás, amor primeiro.
Mas Lúcio se dava, também, a arroubos cívicos e gostava de profligar. Bom exemplo de sua vergasta é o poema “A morte do czar”:
Graças! Louvado seja o braço niilista
Que acertou, afinal!
Matou-se a velha fera, o abutre da conquista
O urso imperial.
Não podemos esquecer que nosso Lúcio cometeu um romance, escrito em forma de cartas a um jornal. Com ele se fez precursor do gênero Nelson Rodrigues, propondo ao leitor um tema ético, visivelmente esdrúxulo, o das culpas do marido da mulher adúltera.
A qualidade maior de Lúcio, para meu gosto, é a de repúblico, combativo, sempre pronto a lançar-se contra o arbítrio imperial e contra o clericalismo. Seu mérito reconhecido é o de principal companheiro de Machado de Assis e de Joaquim Nabuco na luta pela criação de nossa Academia Brasileira de Letras. Há quem diga até que, sem ele, nossa Casa não teria havido quando houve.
* * *
Sucede a Lúcio, outro magistrado: Pedro Augusto Carneiro Lessa. Também Ministro do Supremo Tribunal Federal, além de professor notável, de parlamentar eminente e de Ministro de Estado. Seu nome se guarda e se cultua como um de nossos maiores jurisconsultos, banhado em águas filosóficas e sociológicas.
Cultor e professor de Filosofia de Direito, Lessa encarnou, como poucos, a erudição, enxameando suas falas e seus escritos com os nomes dos principais pensadores do passado e do presente. Filiava-se ao evolucionismo spenceriano, mas rendia culto ao positivismo, tanto na versão de Comte, quanto na de Littré.
Lessa correu enorme risco de cair nessa erudição vã e vadia, que constitui a principal enfermidade do espírito: aquela que converte todo o saber em fruição estética de obras alheias, sem olhos para a realidade circundante como fonte de conhecimento. Salvou-se, Lessa, deste pecado, graças à sua aguda noção de tema e de problema, objetivado no Direito, que ele cultivava como disciplina acadêmica e como prática na jurisprudência.
Impulsivo, estava sempre pronto a polemizar, lançando-se contra tudo que lhe parecesse erro ou injustiça. Com os anos, Lessa foi se fazendo mais moderado e mais conservador. Converteu-se, por fim, na voz mais eloqüente na defesa da ordem e da legalidade.
Em sua liderança das campanhas patrióticas da Liga de Defesa Nacional, prega, com toda a eloqüência de que era capaz, o quietismo, fundado nas velhas virtudes patrióticas da cordura, da desambição e da laboriosidade, como solução para todos os males do Brasil. São exemplares alguns dos seus xingamentos, eivados de emotividade incontida, contra todas as formas de demagogia e, até mesmo, contra qualquer veleidade de mudança institucional.
Adelmar Tavares retrata Lessa, acadêmico, como um homem alto, forte, de cabeça branca, encimando um busto de atleta, os olhos vivos, luzindo atrás de vidros de grau. Esta, a bela figura que por muitos anos foi, nesta Casa, a voz da reflexão filosófica e do fervor patriótico.
***
Eduardo Ramos, parlamentar baiano de elegância exemplar, poderia ter sido o titular seguinte da Cadeira nº 11, se não houvesse morrido antes da posse. Ainda assim, estamos na obrigação de declinar seu nome. Eduardo foi eleito e cabe, portanto, trazer à Casa alguma recordação dele.
Quem melhor retratou a vivacidade e o espírito irônico de Eduardo foi seu amigo Rui Barbosa. Leiamos:
Ninguém entre nós, nos nossos dias, meneou melhor os segredos da ironia, ninguém lhe deu mais lustre às elegâncias, ninguém lhe rendilhou com mais engenho a graça, ninguém teve mão mais hábil em aligeirar o epigrama e polir a alusão, em acerar o remoque, em centelhar o chiste, em despedir o sarcasmo, em jogar todas essas armas sutis da malícia e do paradoxo, da originalidade e do asteísmo.
O próprio Eduardo, assumidamente satírico, se divertia rindo de si mesmo. Glosando certa vez a um crítico, escreveu bem-humorado: “Este consumou meu desbarato, com uma mestria de fundibulário bíblico. Matou-me. Sucumbi de febre poética por embolia dos pronomes enclyticos mal localizados...”. Comenta, com o mesmo humor sardônico, sua inclusão na comitiva oficial que acompanhou o Presidente Campos Salles em sua visita a Buenos Aires: “...E, por fim, eu. Eu, cuja presença naquela aprimorada companhia só se explicava pela perícia dos meus alfaiates!... Era preciso alguém que se vestisse corretamente, à inglesa, como então me entrajava... E fui incorporado à comitiva...”.
Eduardo me é particularmente simpático pela luta que travou, em princípio do século, pela criação de uma universidade. Eu, que sou do ramo, posso avaliar sua indignação contra a intelectualidade do seu tempo, fortemente influenciada pelos positivistas, que se opunham à criação, tardia, do que seria a primeira universidade brasileira. Ela só foi criada em 1930 e só começou a funcionar, efetivamente, anos depois.
Cumpri o rito e que Eduardo quede tranqüilo em sua imortalidade.
* * *
João Luís Alves, mineiro, graduado na Faculdade de Direito de São Paulo, foi o sucessor transverso de Lessa, porque, como se viu, Eduardo Ramos morreu antes da posse. É descrito por muitos contemporâneos seus como um homem secarrão, carrancudo, protótipo do mineiro enfezado. Não seria tão casmurro, penso eu, porque é tido como o benemérito introdutor do uísque em Belo Horizonte.
Orgulhava-se de nunca ter escrito um verso, o que o contrastava com os intelectuais de sua geração, todos versejadores incontidos. Inclusive com os acadêmicos, entre os quais não haveria um só seco de águas poéticas. Essa soberba afirmação custou-lhe um pito de Augusto de Lima, que na saudação revelou o fato. Saudação, seu tanto marota, porque Augusto de Lima, escalado para receber o seu querido amigo Eduardo Ramos, aceitou o encargo de saudar o substituto dele. O certo é que se alongou, gostosamente, na recordação do poeta baiano e tratou seu conterrâneo com visível secura.
A fama que deixou João Luís - exceto aquela história do uísque - é de um homem severo, muito ciente de sua importância e zeloso da compostura que a ela correspondia. Fez carreira brilhante. Como professor, foi catedrático de matéria árdua - Direito Administrativo. Como jurisconsulto, chegou à Suprema Corte. Como político, foi Senador da República e Ministro da Justiça de Artur Bernardes. Coroa sua carreira alcançando, por notoriedade, a eleição para a Cadeira nº 11.
Traço simpático de nosso confrade era seu cuidado com os trombadinhas de seu tempo. João Luís foi o criador do Juizado de Menores e da primeira cadeia especializada na reeducação de meninos de rua. Certamente, veria com imensa tristeza o pouco êxito de sua iniciativa, se vivesse em nossos dias.
Na roda do tempo que rege nossa Academia, o sucessor do severo mineiro foi um poeta pernambucano alegre e queridíssimo: Adelmar Tavares. Trovador de sua pátria nordestina, algumas de suas composições são cantadas até hoje nas serestas, seus versos são também recordados com apreço. Vejamos uma amostra da poesia de Adelmar:
Sinos de Goiânia, que saudade imensa
trazem-me esses sinos no meu coração
Nove igrejas, nove, barulhavam sinos,
da Misericórdia, por defuntos ricos,
o Rosário, pobre, por um preto irmão.
E vai adiante o poeta, falando da igreja do Amparo, da Matriz, da Soledade, dos Martírios, e do Carmo. Todas tangendo sinos no seu coração.
Advogado e magistrado notável e muito bem-sucedido, Adelmar me comove, especialmente, por seu horror ao automóvel, de que participo com paixão. Corre no Senado, por iniciativa minha, um projeto de lei que ele louvaria. Peço ali que se declare que as ruas, as praças, as estradas, todas as vias públicas, enfim, pertencem de direito aos pedestres, sendo apenas consentido seu uso por veículos motores, sob duas condições. Primeiro: quem matar um transeunte - e matam-se 50 mil por ano no Brasil, mais que o câncer, o infarto e os derrames, todos juntos - perde a carteira e o carro. Segundo: quem machucar alguém - a maioria das crianças hospitalizadas no Brasil são vítimas do trânsito - e negar socorro, sofrerá as mesmas penas. Isto, mais ou menos, é o que Adelmar queria estatuir nos albores do século, quando o Rio tinha 2.500 veículos.
* * *
Chegamos, por fim, a meu antecessor heráldico nessa Cadeira nº 11, o sábio, o médico, o humanista, Deolindo Augusto de Nunes Couto.
Tantos são os títulos de Deolindo, que se eu me ocupasse em enumerá-los todos, não teria tempo para falar dele. Vejamos alguns: Deolindo foi o neurologista mais ilustre do Brasil e um dos mais reverenciados mundo afora. Foi criador do Instituto de Neurologia e, inclusive, fundador da Academia Brasileira de Neurologia. Além da nossa Academia Brasileira de Letras, Deolindo pertenceu, também, à Academia Nacional de Medicina. Foi Reitor de nossa querida Universidade do Brasil, que os tolos passaram a designar, ultimamente, como Universidade Federal do Rio de Janeiro. Recebeu numerosos títulos de Doutor Honoris Causa de universidades do Brasil e do estrangeiro. Presidiu mais de uma vez o Conselho Nacional de Cultura.
Médico, Deolindo viveu sua vida no ofício de servir, de salvar, de orientar a multidão inumerável de enfermos que, por décadas, acorriam a ele, pedindo socorro.
Cientista, foi um devotado estudioso, atento a quanto progresso sua ciência alcançava, e compartindo seu vasto saber com os colegas, fazendo discípulos, criando escola.
O saber médico de Deolindo foi reiteradamente reconhecido na Academia Nacional de Medicina, que ele tantas vezes presidiu. Sobretudo, na sua criação maior, que é o Instituto de Neurologia, onde ela frutificou belamente.
Humanista, Deolindo foi homem de alta sabedoria de viver e conviver, no culto da erudição e na fruição requintada das letras. Sobretudo da literatura vernácula, que converteu num de seus bens mais caros e frutuosos. Especialmente a vasta obra de Camilo Castelo Branco, de que foi apreciador apaixonado.
Característica assinalável dele foi, também, sua capacidade de fazer amigos e de cultivá-los, fraternalmente, vida afora. Lembro dois amigos comuns; na área médica, a Júlio de Moraes; na órbita literária, a Josué Montello - ambos, como tantos outros, inconsoláveis com sua perda.
Deolindo era um homem alto, belo, que, na expressão encantada de Nélida Piñon, tinha uma forte presença máscula. Voz pausada, tranqüila, deixando ver na fala e nos gestos um homem contente de si mesmo. Deolindo se quis pulcro e sábio e o foi, magnificamente.
A pulcritude de Deolindo, visível em sua figura, sempre bem cuidada, se comprova pelo zelo com que levava em suas tantas viagens, pelo estrangeiro, malas cheias de lençóis e toalhas para seu uso exclusivo.
Este é meu elogio de um homem, por muitos títulos admirável, que fez de nossa Academia Brasileira de Letras a Casa de sua devoção literária e cultural. Aqui, por três décadas conviveu gratamente com seus confrades, sempre reverenciado por todos.
É fácil imaginá-lo, sentado onde eu hoje me sento, na nossa sala discreta, lá de cima, nas sessões de após o chá das quintas-feiras, falando de quanta efeméride da civilização brasileira ali se recordava.
Senhoras Acadêmicas,
Senhores Acadêmicos,
Senhoras e Senhores,
Quanto a mim, o que tenho a dizer, confessional, é que sou homem de sorte. A vida me tem fluído leve, até gozosa. As asperezas que às vezes rangeram meus dias - prisão, exílio, dores - foram travessias de águas revoltas. Nelas, naveguei sempre disposto, pondo à prova minha capacidade de conviver comigo. Só, no espaço exíguo da prisão. Só, na imensidão do exílio, sofrendo longe a pátria proibida. Só, afundado na dor e no horror da morte prescrita. Algumas vezes, quase sucumbi. Sempre saí destas angusturas, querendo navegar em novas aventuras: ávido e voraz, animado de expectativas desassombradas, tentando, temerário, mudar o curso das coisas. Não tenho e não mereço fama de modesto, de tímido ou de tíbio. Se peco é por confiante e afoito.
Minhas características distintivas talvez sejam a contraditória vontade insofreável de compreender e o gosto de fazer, que me converteram em híbrido de intelectual e fazedor. Certa disposição solidária do espírito me fez homem de campanhas e lutas, servo de minhas causas. Um pendor ético e iracundo, encarnado em minha militância política, se expressa na indignação que me mobiliza contra todo atraso e qualquer injustiça que achaque os brasileiros.
A paixão a que mais me dei, sempre com gosto, foi a do estudo e do convívio das gentes. Sobretudo de minhas ínvias gentes índias. Mas também dos brasileiros e dos latino-americanos. Uma década vivi com os índios, a mais bela de minha vida. Percorro, há meio século, sempre atento, os caminhos e descaminhos de nosso fazimento, querendo mapeá-los. Destas vivências são feitos meus ensaios e meus romances. Milhares de páginas de argüição emocionada.
Não posso é dizer que fui bem-sucedido, senão em medida escassa. Nada do muito que quis, cheguei a alcançar na proporção de minhas esperanças: amores, amizades, devoções, não me sobraram. Antes, me faltaram.
Quanto de amores sobra a alguém?
Sou grato à vida que me deu como bens preciosos a amizade de tantos queridos amigos e o amor de tantas santas mulheres.
Obras, escritos, cargos, fiz, tentei e exerci muitos. Nisto gastei minha vida. Uns poucos deles ficaram com minha marca nos mundos por que passei, enquanto passava: um sambódromo, um parque indígena, museus, muitas bibliotecas, demasiados ensaios, quatro romances, muitíssimas escolas, algumas universidades. Não é pouco, quisera mais. Sempre quero mais. Muito mais.
É verdade que algumas desglórias me caíram em cima, na forma de fracassos, nas lutas que travei, em vão, para salvar os índios, para escolarizar os brasileiros, para reformar o Brasil. Também provei, até carpi, desgostos do não-reconhecimento de méritos meus que guardo no peito e cobro. Alguns desses dissabores me magoaram. São dores que ainda me doem. Suportáveis, mil vezes pior fora não tê-las sofrido, por não haver optado, nem ousado, nem lutado. Não mereço o inferno dos indiferentes.
Um balanço de vida inteira mostraria que minhas realizações foram parcas. Talvez, porque tentei plantar na Lua muitas lanças demais. Não é demasia para um homem só querer, como quis e quero ainda, ser romancista e antropólogo e educador e político e fazedor e até revolucionário? Se me ativesse a um campo só, teria talvez feito alguma maravilha. Disperso entre tantas devoções, não servi bem a nenhuma delas. Relevem este pecado, que eu pecaria outra vez. Variei tanto de temas, foi obedecendo a mandos de meu coração. Afinal, a vida não é missão, é também fruição.
Não que me queixe. Tive os carinhos, as glórias, os gozos de que necessitava em minha carência professa de ternura, de amor e de reconhecimento. Também tive as alegrias de criar e de fruir para aplacar minha insaciável vontade de saber e de beleza. Tudo somado é mais do que mereço, diria, se fosse modesto. Não digo, não. Espero, no fundo do peito, fazer e fruir coisas maiores e melhores.
A lição mais clara que tiro de minha vida de lutas é que, aparentemente generoso e altruísta, na verdade, fui e sou um egoísta. Delas é que me vieram os louvores e gratidões que mais me esquentaram o coração. Delas, principalmente, é que vem o decoro e a dignidade que minha vida tenha. Sou o beneficiário verdadeiro de minha benemerência. A vida me deu muito. Graças, têm valido as penas.
Hoje, aqui me tenho contente, frente a meus pares, neste alto pouso acadêmico. Nunca supus que o alcançasse. Temendo o contrário, o desmerecia, invejoso. Me veio, porém, na hora certa dessa velhice em que ingresso, inda não trôpego, para consolar-me dela. Juntos, aqui viveremos, como a aspirada imortalidade, nossos aos conclusivos. Convivendo cordiais naquilo que somos: uma amostra fiel da inteligência brasileira, tão variada como ela mesma. Isto é tudo. Muito Obrigado.
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